Un assaggio di Crvena Zvezda

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”So, what?”. L’uomo vestito di biancorosso e il suo omologo hanno la stessa espressione impassibile. Faccio fatica a riconoscere quella degli altri, ma sono quasi certo che non siano in grado di sorridere, arrabbiarsi o diventare improvvisamente tristi in momenti del genere.

Eppure so perfettamente cosa pensano quei due. Tutti mi dicono di fare una cosa diversa, ovviamente perchè è il proprio tornaconto ad essere il protagonista assoluto di questi momenti. Tutto sommato, li odio. Non credevo di arrivare a questi punti, dopo tanti anni di onorata carriera.

”Tu sai che non possiamo continuare”, mi dice uno di loro in olandese. E’ quello più alto. Il più forte dei suoi.

”We go inside, then we’ll decide”. Ancora mi ostino a parlare inglese, anche se nessuno dei ventidue riesce a capirmi. Do un’occhiata più che eloquente ai miei collaboratori. Si va dentro. Fa freddo e ho voglia di farmi una doccia. Non sono per niente dell’idea di continuare questa serata. Mentre mi avvicino, arriva qualche sparuto flash dei fotografi. Non li vedo, dietro la fitta coltre di nebbia che ci si para davanti, ma le maledette luci delle macchinette si. Mi accecano e riescono a rendermi ancora più nervoso di quanto la situazione possa concedermi.

Siamo sudati, stanchi. Fuori discutono in lingue diverse.

”Can we come in?”

Entra. E’ un signore alto, con uno sguardo penetrante, gelido. Mi ricorda Ivan Drago del film di Rocky Balboa. Solo più vecchio e depresso. Assieme a lui qualche altro signore. Inizia a parlare in una lingua che non è la mia. Il piccoletto al suo fianco si muove come se fosse Ivan Drago a tenerlo come una marionetta, ma traduce tutto quello che ho bisogno di sapere.

”Cosa intendete fare?”

Non lo so. E’ la prima volta che mi trovo in una situazione simile. Se torniamo a casa, la gente è pronta fuori a linciarmi. Se continuiamo, il linciaggio lo troverò domani, sui giornali. Non so quale dei due possa fare più male.

Confabulo con i miei due compari. ”Allora?”.

No, non ci siamo. Io vorrei tornare a casa mia, l’altro vuole continuare, l’altro ancora è indeciso. Tocca a me prendere la decisione. Sono io il capo.

”Herr, mi scusi, ma non è il caso di andare avanti”

Ivan Drago mi parla per la prima volta in tedesco. Forse se l’è preparata. ”Bist du sicher?”. No, non sono così sicuro.

Toc toc. ”Guys, dress up, we’ll retake”. Da dietro qualcuno mi dice una delle poche cose che riesco a capire in italiano. ”Vaffanculo, tedesco di merda”. Fa freddo, mi sono appena fatto una doccia convinto di potermene tornare a casa, invece di nuovo qui, su questo prato verde, dove non riesco a vedere a più di dieci metri.

Manca un anno al crollo del Muro di Berlino, ma non lo posso sapere. La possibilità di leggere il futuro e modificare il corso degli eventi, a noi arbitri, non è ancora stata concessa.

Torniamo in scena di malavoglia, con la necessità di smaltire quei trenta minuti che ancora ci dividono dal caldo della doccia, dalle chiacchiere sul volo di ritorno e dalle dure reprimende dei commissari federali, pronte anche quando la situazione è stata gestita nel migliore dei modi. Con questa serata, già lo so, dovremo fare i conti tutti quanti.

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