Una sola cosa mancava a Crvena Zvezda…

ImmagineEcco in anteprima i due capitoli finali di “storia alternativa”.
Che governo avremmo avuto se il 9 novembre 1988…

da ”L’enciclopedia della storia d’Italia”

Fra il 2006 e il 2011

 

 

Il risultato delle elezioni del 9-10 aprile 2006 era scontato sin dall’inizio. L’unico dubbio era rappresentato dal margine con cui L’Unione sarebbe riuscita a conquistare la maggioranza nell’unica camera ora disponibile. La campagna elettorale fu piuttosto fiacca, con i leader dei movimenti dell’opposizione che boicottarono addirittura le principali trasmissioni televisive cercando di racimolare consensi soprattutto fra i delusi dei due partiti tradizionali, ora alleati.

 

Camera dei Deputati

L’Unione (DS, Margherita, UDC, IDV e Udeur; SVP in Alto Adige) 61,1% (381 seggi + 13 all’estero)

Alleanza Nazionale 16,2% (101 seggi)

Sinistra e Libertà (PRC, Radicali, Verdi) 13,9% (88 seggi)

Lega Nord 7,8% (48 seggi)

 

Presidente della Camera: Franco Marini (M)

Presidente del Consiglio: Romano Prodi (M), Vicepresidente del Consiglio: Massimo D’Alema (DS), Affari Esteri: Massimo D’Alema (DS), Interno: Giuliano Amato, Giustizia: Clemente Mastella (Udeur) (poi Francesco D’Onofrio, UDC), Economia: Tommaso Padoa Schioppa, Difesa: Arturo Parisi (M), Istruzione: Giuseppe Fioroni (M), Infrastrutture: Antonio Di Pietro (IDV), Sviluppo Economico: Pierluigi Bersani (DS), Politiche Agricole: Paolo De Castro, Trasporti: Franco Frattini (UDC), Comunicazioni: Paolo Gentiloni (M), Salute: Livia Turco (DS), Commercio con l’Estero: Bruno Tabacci (UDC), Lavoro: Cesare Damiano (DS), Solidarietà Sociale: Marco Follini (UDC), Ambiente: Bruno Dettori (M), Università e Ricerca: Fabio Mussi (DS).

 

Con un totale di 103 membri (di cui 26 ministri, compresi quelli senza portafoglio) fu il governo repubblicano con il maggior numero di componenti.

L’ampio margine del successo elettorale della coalizione fra moderati e sinistra fu però minato dalle divisioni su temi rilevanti come la programmazione economica e i diritti civili. Il primo passo fu l’elezione del Presidente della Repubblica e per due settimane il parlamento non trovò una soluzione: DS e SEL premevano per l’elezione di Giorgio Napolitano, mentre i moderati propendevano per Franco Marini, il quale godeva anche dell’approvazione di AN ed era stato appena eletto Presidente della Camera. Lo stesso Marini, dal suo ruolo istituzionale, annunciò che non era interessato al Colle, lasciando campo libero a Napolitano che venne eletto con 475 voti nell’assemblea che riuniva deputati e rappresentanti dei consigli regionali.

Inizialmente la coesistenza governativa è piuttosto pacifica e viene rafforzata dal risultato negativo del referendum del 25 giugno, promosso dai partiti di centro-destra e, per motivi diversi, da Rifondazione, per l’abrogazione della riforma costituzionale effettuata pochi mesi prima.

I provvedimenti più importanti del governo saranno le liberalizzazioni promosse dal ministro Pierluigi Bersani, l’indulto ed il rinnovo delle missioni all’estero (sulle quali IDV e diversi parlamentari dei DS voteranno contrario). La crisi di governo emerge nel mese di dicembre 2007 quando la Finanziaria viene pesantemente contestata da diversi gruppi di moderati, capeggiati da Lamberto Dini, i quali voteranno contrari (la maggioranza perderà 25 voti in totale, più quello degli ex senatori, ora parlamentari a vita, Francesco Cossiga, Sergio Pininfarina, Oscar Luigi Scalfaro e Giulio Andreotti). Anche l’Udeur si associa alle critiche, pur votando la fiducia al provvedimento. Nel gennaio 2008 il ministro della Giustizia Clemente Mastella, leader dell’Udeur, e sua moglie, vengono indagati dalla procura di Santa Maria Capua Vetere. Mastella rassegna le dimissioni e lamenta la mancanza di sostegno da parte del governo. Il ritiro dell’Udeur causa una perdita di 31 deputati. La maggioranza ha comunque 341 voti favorevoli.

In primavera le forze politiche ridiscutono la legge elettorale (in particolar modo per reintrodurre il voto di preferenza) ma, durante diverse votazioni, il governo viene sconfitto anche grazie all’opposizione dell’IDV e di una decina di esponenti dei DS. Nello stesso periodo iniziano a rendersi visibili i sintomi della crisi economica che esploderà nel giro di pochi mesi. A maggio l’Agenzia delle Entrate pubblica online le dichiarazioni dei redditi di ogni singolo cittadino italiano nel 2005 (sebbene già visibili in cartaceo da molti anni). A fronte degli stipendi faraonici di diversi politici, monta lo scandalo che in poche settimane porta alla gogna numerosi parlamentari. Il viceministro per l’economia Vincenzo Visco si dimette, ma il ministro Padoa Schioppa decide di rimanere in carica. Di tutta risposta, la Lega Nord presenta un voto di sfiducia nei confronti del ministro, del quale approfitteranno anche l’Udeur, Alleanza Nazionale, Rifondazione Comunista, IDV ed i 14 fuoriusciti dei DS (alcuni fonderanno Sinistra Democratica, altri entreranno nel PRC). Il 4 giugno 2008, con 320 voti favorevoli e 316 contrari (1 assente), il ministro Padoa Schioppa viene sfiduciato e tre giorni dopo, in seguito alle consultazioni con il Presidente Napolitano, Romano Prodi decide di rassegnare le proprie dimissioni.

La crisi di governo emerge proprio mentre DS, Margherita e UDC si apprestano a fondare il Partito Democratico, ma l’atteso congresso autunnale che doveva sancire l’unione delle tre forze politiche, viene annullato.

I partiti di opposizione reclamano un ritorno alle urne, mentre Udeur, IDV e Alleanza Nazionale stringono un patto comune che, in seguito, vedrà i due movimenti concorrere e vincere la tornata elettorale in Sicilia nel mese di ottobre.

Nel timore di perdere il voto della maggioranza dei cittadini, i partiti di governo trovano un nuovo accordo e riescono a formare una risicata maggioranza di 324 parlamentari (più 6 dei 7 deputati a vita) con a capo l’economista Mario Monti, presidente del consiglio di un governo interamente composto da tecnici, come nel 1995

 

Presidente del Consiglio: Mario Monti, Affari Esteri: Giulio Terzi, Interni: Anna Maria Cancellieri, Giustizia: Paola Severino, Difesa: Giampaolo Di Paola, Economia: Mario Monti ad interim (poi Vittorio Grilli), Sviluppo Economico: Corrado Passera, Infrastrutture: Corrado Passera, Lavoro: Elsa Fornero, Istruzione: Francesco Profumo, Beni Culturali: Lorenzo Ornaghi, Salute: Renato Balduzzi, Ambiente: Corrado Clini, Politiche Agricole: Mario Catania

 

A novembre, Mario Monti viene chiamato ad un confronto a tre con i leader europei Sarkozy e Merkel, con i quali firma un accordo comune per fronteggiare la crisi economica. L’incontro rappresenta anche una fase di disgelo fra l’Italia ed il resto d’Europa, dopo che la scarsa attenzione al bilancio era stata spesso condannata dall’Unione Europea durante i mesi successivi alla Finanziaria 2008. A novembre viene approvata la manovra per il 2009 con moltissime polemiche legate alla pressione fiscale. Proprio in tal senso, la maggioranza perderà due esponenti parlamentari. Altri temi sui quali il governo legifererà, nonostante un costante e duro confronto con le parti sociali, saranno il lavoro (con due grosse manifestazioni promosse dai sindacati nel corso del 2010) ed il riordino delle province, che diventano 51 nonostante le numerose proteste da parte degli enti locali. In questo clima di perenne scontro, il Partito Democratico prende vita nell’estate del 2010. Il matrimonio, non di facile intesa, fra DS, Margherita e UDC viene sancito dall’elezione, attraverso il voto delle primarie, di Pierluigi Bersani contro i leader moderati Dario Franceschini e Pierferdinando Casini. Tale voto viene raffigurato spesso come una delle più ampie partecipazioni pubbliche alla vita politica, poiché era palese che il vincitore della tornata elettorale sarebbe stato il candidato forte alle politiche del 2011. Circa sei milioni di cittadini italiani hanno partecipato al ballottaggio fra Bersani e Franceschini del 5 settembre 2010.

 

 

 

 

da ”L’enciclopedia della storia d’Italia”

Fra il 2011 e il 2016

 

 

 

A caratterizzare le elezioni del 2011 è stata la consapevolezza che il partito di governo avrebbe avuto una maggioranza incredibilmente ampia. La coalizione de L’Unione venne formata da PD e SVP, la quale, come di consueto, si sarebbe presentata solo in Alto Adige. Capo della coalizione, come deciso dagli elettori delle primarie del 2010, è divenuto Pierluigi Bersani.

I partiti di opposizione dispersero i propri obiettivi comuni: l’esperienza di governo della Sicilia, con a capo Raffaele Lombardo, era collassata dopo pochi mesi. A uscirne in qualche modo rafforzata, fu Alleanza Nazionale che, grazie alla fusione con alcuni movimenti minori (fra cui alcuni fuoriusciti dell’IDV) divenne Futuro e Libertà, candidando Gianfranco Fini alla presidenza del consiglio. A sinistra, il movimento Sinistra e Libertà, guidato dal governatore della Puglia Nichi Vendola, aveva ottenuto buoni risultati alle amministrative, ma nutriva poche speranze in vista delle elezioni politiche.

 

Camera dei Deputati-Proporzionale

 

Partito Democratico + SVP 68,5 % (463 seggi + 12 all’estero)

Sinistra e Libertà 11,9% (81 seggi)

Futuro e Libertà 11% (74 seggi)

 

Per la prima volta dal 1992, la Lega Nord si ritrovò fuori dal parlamento, anche a causa degli scandali che l’avevano colpita proprio durante la campagna elettorale. Il leader Umberto Bossi, già pesantemente provato dall’ictus che lo aveva colto nel 2004, decise di dimettersi dalla propria carica il giorno successivo al voto.

 

Presidente della Camera: Anna Finocchiaro (PD)
Presidente del Consiglio: Pierluigi Bersani (PD), Affari Esteri: Emma Bonino (PD) Interni: Enrico Letta (PD), Giustizia: Annamaria Cancellieri, Difesa: Mario Mauro (PD), Economia: Fabrizio Saccomanni, Affari Europei: Enzo Moavero, Infrastrutture: Dario Franceschini (PD), Lavoro: Enrico Giovannini, Affari Regionali: Graziano Delrio (PD), Istruzione: Maria Chiara Carrozza (PD), Beni Culturali: Massimo Bray (PD), Salute: Paolo Zamboni, Ambiente: Andrea Orlando (PD), Coesione Territoriale: Carlo Trigilia

 

Quella ottenuta dal PD fu la maggioranza più ampia mai riscossa da una coalizione vincente, tantopiù se si pensa che, di fatto, rappresentava in larga parte un unico partito politico. Rispetto alle elezioni precedenti, tuttavia, ci fu un clamoroso astensionismo che portò oltre sei milioni di italiani in più a disertare le urne.

L’azione del governo fu improntata al perseguimento della politica già adottata da Monti per riallineare l’Italia ai paesi della zona Euro, ciononostante anche alle successive elezioni amministrative i partiti di governo vennero premiati con la vittoria in tutti i comuni capoluogo di provincia.

Nel 2013, tutti i partiti dell’opposizione, con l’eccezione di Sinistra e Libertà (ormai PRC aveva mutuato nome), si unificarono nel Movimento Gente, partito politico sorto inizialmente in rete (si impegnò moltissimo, pur distaccandosene con una consistente parte di simpatizzanti dopo alcuni anni, anche il comico Beppe Grillo) che riuscì a strappare qualche comune capoluogo (per la verità in maniera piuttosto esigua) alla coalizione governativa, rea, secondo l’opposizione, di aver fatto stagnare ogni proposito di rinnovamento.

Sempre nel 2013 è stato rieletto, non senza polemiche, il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, mentre alle primarie del centro-sinistra, nel novembre del 2014, è stato nuovamente premiato Pierluigi Bersani, votato dal 60% degli elettori del partito di governo contro il 40% che gli aveva preferito il moderato e sindaco uscente di Firenze Matteo Renzi. Come accaduto nel 2010, anche in questa circostanza l’elezione primaria rappresentò, di fatto, un voto anticipato rispetto alle politiche del 2016 e circa sette milioni di italiani vi parteciparono.

 

 

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